Mag 072018
 

Si possono spiegare 40 anni di storia politica, economica e sociale di una regione dell’Inghilterra, lo Yorkshire, attraverso calcio, rugby e cricket?

Moving the Goalposts – A Yorkshire Tragedy, scritto dal giornalista, musicista, docente e autore teatrale Anthony Clavane, nato e cresciuto a Leeds, non si limita a sciorinare una sequela di aneddoti, risultati e resoconti sportivi, per quanto già di per sé interessanti: uno tra tutti, la vittoria a Wembley della Challenge Cup – prestigiosa competizione nazionale di rugby league – da parte dei Rovers di Featherstone, squadra del villaggio omonimo di 16.000 anime composta prevalentemente da minatori part-time.

Lo sport descritto nel libro non è un qualcosa ‘in più’ rispetto alla vita quotidiana di una regione di quasi sei milioni di abitanti, ma fino ai primi anni Ottanta ne è parte integrante in un trinomio inscindibile, o Northern Trinity per usare le parole di Clavane, di Famiglia, Lavoro, Tempo libero (inteso appunto come sport, da praticare e da guardare).

E’ attorno a questi tre capisaldi che ruota la vita dei rugbysti di Featherstone e dei villaggi e delle piccole città di minatori dello Yorkshire così come degli operai dell’industria tessile di Leeds, che trovano ristoro nel polmone verde della città a Roundhay Park, dove si allenano i ragazzi del Leeds Utd e gioca la squadra di cricket, e dei pescatori di Hull che rischiano la vita nelle tribolate acque del Mare del Nord per poi riunirsi nel weekend per andare a vedere il rugby e tifare Hull FC al Boulevard, lo stadietto locale.

Lo sport, nelle parola di Clavane, è il “simbolo della risolutezza combattiva della regione.” Old Faithful, letteralmente “vecchio fedele”, la canzone intonata dai pescatori di Hull tifosi di rugby, parla di famiglia allargata e di fedeltà e di senso di appartenenza alla propria comunità.

E’ a questo Old Yorkshire che si contrappone la New Britain prospettata invece dai Conservatori guidati da Margaret Thatcher, saliti al governo dopo le elezioni del 1979. Le idee della Thatcher sono chiare: privatizzare in modo repentino l’industria pubblica, smantellare il comparto manifatturiero e il Welfare State su cui si poggiava il Regno Unito dal termine della Seconda Guerra Mondiale e dare slancio a un’economia dei servizi e della finanza che ha il suo polo gravitazionale a Londra. Per il Nord è l’inizio di un declino sociale ed economico devastante ed è proprio da qui che inizia l’intervista con Anthony Clavane, due ore tra le più piacevoli e interessanti trascorse in una settimana di pioggia e freddo nel Nord dell’Inghilterra.

Chiudere le miniere fu una scelta che anticipava tempi in cui il carbone avrebbe avuto un ruolo meno rilevante come fonte energetica, mi chiedo e gli chiedo? Anche, forse. Ma alla base, secondo Clavane, ci fu inizialmente dell’altro.

Il Leeds Utd guidato da Don Revie rappresentò la vetta calcistica per lo Yorkshire nel secondo dopoguerra

Il Leeds Utd guidato da Don Revie rappresentò la vetta calcistica per lo Yorkshire nel secondo dopoguerra

Il governo conservatore che si insediò con la Thatcher come Primo Ministro aveva in mente un’idea precisa,” spiega: “Non doveva verificarsi mai più quanto era accaduto nel 1973, con la popolazione britannica che si era schierata dalla parte del Sindacato dei Minatori contro i Conservatori: per questi ultimi si era trattato di una forte umiliazione.

A partire dal 1979, quindi, iniziò una vera e propria battaglia industriale, la più violenta dal 1926, che culminò con lo sciopero dei minatori di un anno (1984-85) e vide il governo ricorrere a ogni mezzo, compreso l’uso della polizia, per arrivare alla chiusura delle miniere e all’apertura del ciclo della cosiddetta New Britain a discapito della prosperità dello Yorkshire. Ovviamente, se l’economia di una regione è a pezzi, non ci si può aspettare che lo sport, che dalle condizioni dell’economia locale dipende, possa essere florido. Peraltro, spesso gli sportivi delle squadre locali erano, come per esempio i Featherstone Rovers, loro stessi minatori od operai.

Certamente lo scopo del governo non era quello di mettere in ginocchio il Nord. Il punto, però, è che quel tipo di politiche ha portato alla devastazione di una zona come lo Yorkshire, che conta tanti abitanti come la Scozia o come un paese come la Danimarca.

 

Visitando Leeds, città con due atenei universitari, il mercato fiorente di Kirkgate – “il più grande dell’Europa Settentrionale”, recita con orgoglio un manifesto promozionale – un giusto mix di austeri edifici vittoriani e altri più moderni e nuovi quartieri residenziali in costruzione, si è portati a pensare che i tempi bui siano ormai dietro alle spalle. Clavane spiega però che si tratta di un’illusione:

Leeds ha un agglomerato urbano di circa 750 mila abitanti. In quanto grande città, è riuscita a reinventarsi puntando sul terziario. Ma se si visitano centri urbani più piccoli, per esempio Huddersfield, Rotherham o Barnsley, l’onda lunga degli anni Ottanta è ben visibile ancora oggi. Si tratta di una delle zone più povere della Gran Bretagna, puntellata da città fantasma con disoccupati cronici di seconda o terza generazione e problemi gravi di droga, alcolismo e criminalità.

E comunque, anche il Leeds United stesso, forse la squadra più forte a livello europeo tra gli anni Sessanta e Settanta, languisce da diversi anni in Championship (equivalente alla nostra Serie B, ndr) quando la sua storia, i trofei vinti, il suo stadio e il suo bacino di tifosi ne farebbero tranquillamente un top team della Premier League. Il punto è che il New Football, insieme alla New Britain, ha abbandonato queste zone trasferendosi a Londra e al sud. E’ vero, Manchester e Liverpool fanno eccezione, ma solo dal punto di vista geografico. La gestione del City, dello United e del Liverpool rientra comunque in un modo neo-liberale di concepire l’economia e quindi anche lo sport, tant’è che  in entrambi i casi gli investitori non provengono dal tessuto locale.

 

E’ proprio qui a Leeds, vicino a Roundhay Park, che Clavane è cresciuto, prima di trasferirsi più a sud per studio e per lavoro.

Ricordo molto bene quando i ragazzi del Leeds venivano qui ad allenarsi. Se oggi vai a Elland Road – sede dello stadio del Leeds, ndr – vedrai la statua di Billy Bremner: era il capitano della squadra che vinse praticamente tutto dando spettacolo in Inghilterra e in Europa. Lo potevi salutare, augurargli buona fortuna per la partita del giorno dopo, magari scambiare due chiacchiere proprio a pochi metri da questo posto in cui stiamo sorseggiando un caffé. Un po’ come se oggi ti bevessi un bicchiere con Cristiano Ronaldo qualche ora prima della partita e gli dessi una pacca sulla spalla dicendogli: “In bocca al lupo per stasera contro Messi.” Lo stesso Eric Cantona, nella sua unica stagione a Elland Road, viveva in fondo a questa strada, abitata da gente comune.

 

Se quel calcio e quello sport sembrano lontani ricordi, un po’ di responsabilità la hanno indirettamente anche gli italiani. Clavane ne spiega il motivo:

Alla fine degli anni Ottanta il calcio inglese era caduto in disgrazia con le violenze degli hooligan, stadi che si svuotavano e squalifica dei club inglesi dalle competizioni europee. Fu allora che rimanemmo folgorati da Italia 90, con i suoi stadi rinnovati e la stupenda atmosfera che regnava su quella competizione. Il nostro miglior giocatore, Paul Gascoigne, firmò proprio l’anno successivo con un club italiano e iniziammo a chiederci se avremmo potuto portare anche il nostro football a quell’atmosfera quasi teatrale e operistica che avevamo ammirato durante i Mondiali italiani.”

 

La tentazione di interromperlo a quel punto e di spiegargli quali e quanti fiumi di tangenti siano scorsi per dare vita a quello spettacolo mi assale per qualche secondo, ma decido che se finalmente il nostro paese merita qualche elogio è bene per una volta non mettere tutte le carte sul tavolo. Con in petto un po’ di sano orgoglio patriottico, continuo ad ascoltare il mio interlocutore con grande attenzione.

“Fu in quel momento, e con l’ascesa al governo del New Labour di Tony Blair negli anni Novanta, che si iniziarono a costruire le basi del New Football, un prodotto luccicante e carico di glamour, che è esattamente ciò che la Premier League odierna è diventata. Il problema è che il pallone di oggi si è allontanato da quelle working class alle quali apparteneva, per le quali lo sport era una delle colonne della Northern Trinity. Oggi andare a vedere una partita è un diversivo: Old Trafford è costantemente invaso da turisti che vanno allo stadio per poter postare un selfie e guardare distrattamente la partita. Per un membro dei villaggi e delle cittadine minerarie e industriali del nord, invece, andare a vedere la partita voleva dire affermare il senso di appartenenza a una comunità.”  

 

Eh già, working class, rivoluzione industriale e calcio. Pareva inscindibile questo legame. E invece…

E invece la geografia del calcio di oggi ci dimostra che le cose sono cambiate. Guarda caso, la Rivoluzione Industriale è nata e si è sviluppata nel Nord dell’Inghilterra e nel XIX secolo le squadre dominanti erano quelle del Nord. Se leggi l’albo d’oro della Premier League – a quei tempi First Division – nei primi 40 anni troverai che le squadre campione sono tutte collocate da Birmingham in su. Preston North End, Sheffield United e Sheffield Wednesday, Huddersfield Town, Newcastle Utd: tutte gloriose squadre del Nord industriale ridotte ormai al ruolo di comprimarie. Anche il primo club londinese a vincere il titolo, l’Arsenal, aveva comunque un legame con il Nord dato che l’allenatore Herbert Chapman era nato nello Yorkshire ed era figlio di un minatore.

 

La mia matita inizia a unire tra loro diversi punti. Il calcio è nato dunque come sport delle working class dell’industria pesante. La cosa mi riporta alla memoria che ai tempi di Shakespeare il passatempo preferito delle classi più basse di Londra era il teatro, in grado di richiamare autentiche folle agli spettacoli. Enrico V, tragedia shekespeariana, inizia con un coro che chiede agli spettatori di ricreare con la propria immaginazione l’atmosfera della battaglia di Agincourt e visto che in quel periodo a teatro si mangiava e si beveva e si faceva – tanto – rumore, non è difficile immaginare che il pubblico potesse ricreare non solo dal punto di vista dell’immaginazione ma anche da quello del sonoro. Quel modo di essere spettatori è ovviamente distante anni luce da quello molto più imborghesito di oggi.

E mi domando – e lo chiedo ad Anthony – se anche il calcio non stia andando lungo quella strada. In fondo, pochi mesi fa Aurelio De Laurentiis, patron del Napoli, parlava di immaginare stadi molto piccoli, con poltrone in pelle, facendo un’analogia, guarda caso, proprio con il teatro… Come in tutte le vicende umane, l’apice toccato dal calcio coincide anche con l’inizio della sua fine?

Non sono sicuro che il calcio stia andando verso declino, ma è vero che sta subendo un fenomeno di gentrification – termine nato non a caso a Londra per indicare il cambiamento di un’area urbana, tradizionalmente abitata dalla classe operaia, risultanti dall’acquisto di immobili nella zona da parte di una popolazione benestante, ndr. Viviamo nel consumismo e nella globalizzazione e il Nuovo ordine calcistico e la Premier League ne sono figli. Il calcio è diventato un prodotto di marketing ed è per questo che la gente se n’è staccata in quanto disillusa così come era disillusa rispetto alle politiche del New Labour. Voglio dire, alle partite a Old Trafford ormai assistono un gran numero di passanti, per i quali le due ore della partita sono una scusa per postare qualche selfie da un luogo famoso. Tutto lì. Si sta perdendo quel senso di comunità che rendeva il calcio, o comunque lo sport, uno dei tre pilastri della Northern Trinity.

Tornando a quanto ti raccontavo prima sul Leeds, Don Revie, il manager dell’epoca d’oro del club fino al 1974, a cui è dedicata una gradinata dello stadio della città, abitava a pochi metri da casa mia, in un quartiere abitato dai ceti medio-bassi: volendo, gli si poteva bussare alla porta. Oggi invece non credo ci si possa presentare da Guardiola per dirgli: “Ciao, Pep.” Già non si arriverebbe nemmeno a varcare il cancello – elettrico peraltro: non parliamo della porta di casa! Alcuni dicono che questi miei discorsi sono romantici o pessimisti, ma direi piuttosto che si tratta di dati di fatto.

Nonostante tutto ciò, nutro grandi speranze nei giovani. Al referendum sulla Brexit, la maggior parte degli Under 30 ha votato per rimanere in Europa perché credo che i ragazzi di oggi abbiano un senso della collettività e del collettivismo molto più forte della mia generazione.”

 

Segue la versione originale in inglese.

 

Is it possible to explain 40 years of political, economic and social history of an English region, Yorkshire, through football, rugby and cricket?

Moving the Goalposts – A Yorkshire Tragedy, written by journalist, musician, teacher and playwright Anthony Clavane, born and grown up in Leeds, does not limit itself to listing anecdotes, results and sports reports, though already interesting – one for all, the victory of the Challenge Cup at Wembley from the Featherstone Rovers, the rugby league team of a 16,000-inhabitants village with the same name mainly made up of part time miners.

The sport described in the book is not something ‘in addition’ to the day-to-day life of a region counting almost 6 million inhabitants, but until the 1980s it was an integral part of an inseparable Northern Trinity, to quote Clavane’s definition, of Family, Work and Leisure, with the latter meaning sports to be practised and watched.

It is around these three pillars that the life of the Featherstone rugby players and that of Yorkshire’s villages and small towns rotates as well as the daily routine of Leeds’ textile industry workers, who spend their free time in the city’s green lung at Roundhay Park, where Leeds United players train and the cricket team plays, and the fishermen from Hull, who risk their lives in the troubled waters of the North Sea and flock to the Boulevard, the local stadium, in support of Hull FC.

Sport, in Clavane’s words, is ‘a symbol of the county’s resolute fighting spirit.’ ‘Old Faithful’ is the anthem sung by Hull’s fishermen. It ‘evokes an era of extended family life, belonging and neighbourliness.’

This Old Yorkshire is opposed by the New Britain designed by Margaret Thatcher and the Conservative party who rose to power after the 1979 general elections. Mrs Thatcher’s goals are clear. Privatising the public industry with one swift stroke, dismantling the Welfare State on which the United Kingdom had been based since the end of World War II and boosting an economy of the services sector and finance which would gravitate around London. For the North, this was the beginning of a devastating social and economic decline.

It is right here that my interview with Anthony Clavane starts, two pleasant and interesting hours during my cold, rainy week marked by a steel breeze in Northern England.

Was the closure of mines a choice that anticipated a time in which coal was doomed to having a less meaningful role as a source of energy, I ask myself and I ask him? Also, maybe. But according to Clavane at the beginning there were other reasons.

 

The Conservative government that was installed under Magaret Thatcher as Prime Minister had a precise plan in mind,” he explains. “What had happened in 1973 should never ever to happen again, with the British population taking the side of the National Union of Mineworkers against the Conservatives. For them, it had been a bad humiliation.

The year 1979 marked the start of  an industrial battle, the most violent since 1926, which culminated in the miners’ strike (1984-85) and saw the government use any possible means, including the use of police forces, to close the mines and open the cycle of the so called New Britain, which went to the detriment of Yorkshire.

Obviously if the economy of a region has been torn to shreds you can’t expect sport, which relies on the local economy, to thrive. Like in the case of Featherstone Rovers, players themselves were often miners and workers.

I’m not saying that the government had the goal of bringing the North to its knees. However, the point is that those policies led to the devastation of a very big region like Yorkshire with about as many inhabitants as Scotland or Denmark.

The shift to post-industrialism was probably inevitable, but it could have been completed more gradually.

 

If you visit Leeds, with its two universities, its flourishing Kirkgate market (‘Europe’s biggest covered market,’ as is proudly written on a promotional banner), its good mix of austere Victorian buildings and others more modern and new residential areas under construction, one is led to think that dark times are now a thing of the past. But Clavane is quick to explain that all that is gold doesn’t glitter:

 

Leeds’ metropolitan area counts around 750,000 inhabitants. As a big city, it has been able to reinvent itself by developing the services sector. But if you visit smaller towns like Huddersfield, Rotherham or Barnsley the long wave from the 1980s is still visible even today. It is one of the poorest areas in Britain studded by ghost towns with unemployed people of second or third generation and serious drugs and crime issues.

And in any case even Leeds United, perhaps the best team in Europe between the 1960s and 1970s has been languishing in the Championship for many years when its history, the trophies won and its fan base would easily make it a top team in the Premier League. The point is, New Football as well as New Britain has abandoned these areas to move to London and the south. Admittedly, Manchester and Liverpool are an exception, but only geographically speaking. The way that Man City, Man Utd and Liverpool are managed falls within that Neo-liberal way of conceiving economy as well as sport, so much so that in both cases investors do not come from the local area.

 

And it is here in Leeds, not far from Roundhay Park, that Clavane grew up before moving to the south to study and work.

 

I remember very well when the lads from Leeds United came up here to train. If you go to Elland Road today, you’re going to see Billy Bremner’s statue. He was the captain of the team that won almost everything while displaying amazing football in England and in Europe. You could say hi to him, wish him good luck for the match on the following day, maybe even chat with him for a while only a few metres away from this very place where we’re sipping our coffee. It’s a bit like if you were able, today, to sit down and have a glass with Cristiano Ronaldo a couple of hours before the game and patted him on the shoulder saying ‘Well, good luck for your game against Messi tonight.’ Even Eric Cantona, in his only season at Elland Road, used to live at the end of this street among common people.

 

If that football and that sport look like distant memories, Italians share some degree of responsibility, though indirectly. Clavane says why.

 

At the end of the 1980s English football had fallen in disgrace due to the hooligans’ violence, low stadium attendances and English clubs being banned from European competitions. It was back then that we were dazzled by Italia 90, the World Cup that your country organised in 1990. I was a football correspondent for The Mirror at that event. The atmosphere that reigned during that competition was amazing and so were its revamped stadia. Our best player, Paul Gascoigne, signed only one year later for an Italian club, Lazio, and we started asking ourselves whether we could take our football to that almost theatrical, opera-like atmosphere which we had looked up to in such awe during the Italian World Cup.”

 

At that point, for a few seconds I am really tempted to interrupt him and tell him about the amount of bribery and corruption that streamed in rivers in Italy during that time to give life to that spectacle he has so enthusiastically described. However, I opt to keep it to myself because if for one time our country deserves foreign praise it is best not lay all the cards on the table. With a sense of good old patriotism throbbing in my chest, I carry on listening to my interlocutor with even greater attention.

 

“It was in that moment, and with the ascension to power of Tony Blair’s New Labour government in the mid 1900s that the foundations were laid for New Football, a shiny, glamorous product which is exactly what today’s Premier League has become. The problem is that today’s football has moved away from those working classes to which it belonged and for which sport was one of the three components of the Northern Trinity.”  

 

Working class, Industrial Revolution and football. A bond that looked indissoluble. But…

 

But today’s football’s geography shows us that things have changed. It’s no coincidence that industrialism was born and developed in Northern England and in the 19th century the dominant teams were located in the North. If you read the list of winners of the First Division – today it’s called Premier League – in its first 40 years you’ll find that all the teams were based from Birmingham northwards. Preston North End, Sheffield United and Sheffield Wednesday, Huddersfield Town, Newcastle Utd… These glorious Northern teams are now reduced to also-ran roles. Even the first London team to win the title, Arsenal, had a connection with the North as the coach, the legendary Herbert Chapman, was born in Yorkshire, the son to a mineworker.

 

As the conversation progresses, my pencil starts connecting several dots. Football was born as the sport of the working classes. This reminds me that at the age of Shakespeare theatre was the favourite leisure activity of the lower classes. Each performance was able to attract the London crowds like nothing else. Henry V, one of the most well known Shakespearean tragedies, starts with a chorus asking the audience to use their ‘imaginary forces’ to overcome the stage’s limitations and reproduce the atmosphere of the Agincourt battle. If you bear in mind that in those days at theatre people could eat, drink and be – very – noisy, it’s not hard to imagine that the audience could recreate that atmosphere not only through imagination but also through sound. That way of being an audience is obviously quite a few light years distant from today’s gentrified idea of a theatre spectator.

So I ask myself, and I ask Anthony, if football is going down that road too. After all only a few months ago Aurelio De Laurentiis, the owner of Napoli, expressed the idea of smaller stadiums, with leather armchairs and brought up a comparison with – what a coincidence – theatre… As in all human matters, does the climax of football also correspond with the beginning of its decline?

 

I’m not sure football is going towards its decline, but it’s true that it’s been going through a gentrification process – a term which was introduced in London to describe the changes of a traditionally working class area resulting from the purchase of estate in the area from members of wealthier classes, editor’s note.

We do live in an age of consumerism and in globalisation and the New football order and the Premier League are two products of this age. Football has become a marketing product, which is one of the reasons why people have become so disillusioned. I mean, today for many going to to see a game is a two-hour activity. Take Old Trafford, for instance. It’s constantly invaded by tourists who go there only to take some selfies that they’re going to post on social media and absent-mindedly watch a game. For a member of the Northern mining villages and towns, on the contrary, going to the stadium meant stating the sense of being part of a community.

Going back to what I was telling you about Leeds, Don Revie, the manager of the club’s golden age until 1974, after whom a stand of the city’s stadium has been named, lived only a few steps away from my home, in a lower-middle class area. If you wanted, you could go and knock on his door. I doubt that today you could do the same with Guardiola. I don’t think you’d be able to make it to the – electric – gate of where he lives, let alone the door! Some say my ideas are romantic or pessimistic, but I’d say that they’re based on facts.

Despite all this, I have great hope in the younger generations. At the Brexit referendum the majority of the voters aged under 30 voted to stay in Europe. This, I think, is a sign that today’s young people have a sense of collectivism which is much stronger than that of our generation.”

 

 

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