Rucker Park, la Cattedrale del basket di strada – intervista a Davide Piasentini

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Nei paesi anglosassoni lo sport riveste un ruolo importante non solo dal punto di vista strettamente sportivo ma anche culturale, sociale, economico e politico. Tenendo a mente il principio che studiare una lingua vuol dire innanzitutto studiare una cultura, non potevamo non cogliere l’occasione di intervistare Davide Piasentini, giovane scrittore e autore di Sotto il cielo di Rucker Park, raccolta di racconti che si rivolge agli appassionati di basket statunitense e non solo.

Qualche coordinata per i non addetti ai lavori prima di iniziare: Rucker Park, situato nella parte nord di Manhattan, lungo il fiume Harlem – una delle zone caratterizzate dalla più massiccia presenza di afro-americani di tutta New York City – è la sede di uno dei più famosi playground al mondo: una sorta di Cattedrale dello street basketball. Di fronte a Rucker Park, seppure sulla sponda opposta dell’Harlem River, si erge il mitico Yankee Stadium di baseball, situato nel Bronx. Bene, siamo pronti per l’intervista.

Davide Piasentini a Rucker Park

Davide Piasentini a Rucker Park

Puoi riassumerci la tua storia e il tuo rapporto con la pallacanestro?

Abito in provincia di Padova e mi sono laureato al DAMS. Al mio attivo ho tre pubblicazioni – con una quarta in dirittura d’arrivo – e scrivo per blog sportivi come OvertimeBasket.com, la mia famiglia cestistica, e Crampisportivi.it.

Come molti ragazzi della mia età – sono nato nel 1986 – mi sono appassionato al basket grazie alla tv e in particolare grazie alle telecronache di Dan Peterson, che hanno formato in me la sensazione che il mondo del basket USA fosse un qualcosa di fatato e di raggiungibile soltanto in sogno. Facendo ciò che fanno tutti, cercavo allora di riprodurre quanto vedevo in televisione sul campetto da pallacanestro dietro la chiesa ed è lì che la mia passione per questo sport si è sviluppata.

Pur seguendo anche il calcio – sono tifosissimo della Sampdoria pur non vivendo a Genova – amo il basket perché nonostante sia uno sport di squadra racchiude allo stesso tempo una forte dimensione individuale. Puoi trovarti a passare intere giornate sul campetto non avendo altro compagno che la tua palla e il canestro. Per me un ragazzino come me, che faticava ad avere amici, il basket ha rappresentato un punto di riferimento a cui aggrapparmi e mi ha aiutato gradualmente ad aprirmi.

E’ a seguito di questa mia esperienza personale con la palla a spicchi che ho iniziato a interessarmi alle storie di diversi giocatori di pallacanestro i quali provengono spesso da contesti familiari e sociali molto difficili e sono dovuti passare attraverso grandi difficoltà personali nell’infanzia e nell’adolescenza.

Rucker Park, nel cuore di Harlem

Rucker Park, nel cuore di Harlem

Ed è proprio il tuo desiderio di approfondire il tuo rapporto con il basket di strada che ti ha condotto negli USA e, in particolare, a Rucker Park. Ce ne puoi parlare?

In effetti alcuni racconti del mio libro sono ambientati lì anche perché a Rucker Park sono stato più volte. Devo dire che non sempre i campetti della zona sono affollati, ma questo non è un problema. Anzi, quando ci sono poche persone è più facile fare conversazione, raccogliere storie interessanti e particolarmente succose. D’estate il luogo cambia volto per ospitare un torneo molto prestigioso, per cui vengono installati tabellone elettronico e tribunetta. Talvolta, poi, Rucker Park ospita guest star provenienti dall’NBA: negli anni sono transitati da quel campo dei fuoriclasse del livello di Kobe Bryant, Kevin Durant, Julius Erving e tanti altri, attratti dall’opportunità di giocare su un playground che è nella leggenda della pallacanestro.

Tuttavia, Rucker Park è normalmente frequentato da personaggi noti soltanto nel mondo del basket di strada i quali, una volta finita una partita, tornano a fare il loro lavoro di elettricista, panettiere, ecc.

Tutta la zona in realtà è costellata di playground bellissimi in cui si respira un’atmosfera meravigliosa, con gli spettatori che entrano in campo per celebrare una giocata spettacolare, perché è il colpo a effetto a contare più del risultato. Per chi ama il basket si tratta di un luogo affascinante che possiede un qualcosa di magnetico: lo consiglio assolutamente!

 

La pallacanestro è lo sport per eccellenza degli afro-americani, i quali dominano l’NBA, la lega professionistica. Come turista europeo in visita ti sei mai sentito, per così dire, osservato?

A volte forse mi sono sentito un po’ squadrato, ma nulla di che. Anzi, specialmente nella zona di Harlem la gente quasi si aspetta il turista appassionato di basket che arriva al termine in una sorta di pellegrinaggio. Credo che sia più pericoloso per qualcuno proveniente da un altro quartiere o da un’altra città che per uno straniero proveniente dall’Europa.

 

In chiusura, da buon genovese, una domanda che bada molto al soldo. Il tuo prossimo libro, che parlerà di Derrick Rose, giocatore dall’immenso talento ma perseguitato dagli infortuni, sarà la tua quarta pubblicazione. Riesci a essere economicamente autosufficiente con i tuoi libri?

Scrivere di basket non mi permette di essere economicamente autosufficiente, per cui lavoro in una pasticceria, ma la cosa non mi scoraggia affatto. Anzi, ritenendomi un servitore del gioco del basket, poter scrivere in modo spontaneo e libero da pressioni editoriali e/o economiche mi permette di esprimere questa passione al meglio delle mie capacità.

 

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