Dic 152017
 

Tra le molte parole ed espressioni entrate nella lingua italiana dall’inglese, se ne trova una che si sente molto spesso: politically correct. Con politically correct si definiscono le espressioni che vorrebbero riflettere una particolare sensibilità nei confronti di alcune categorie di individui o gruppi di persone perché esse non si sentano discriminate, disprezzate o lese.

Negli Stati Uniti degli anni Sessanta, per esempio, le lotte per i diritti civili portarono all’attenuazione delle parole negro o black, sostituite da termini considerati più accettabili e meno derogatory, dispregiativi. Fu così che vennero introdotte le parole coloured, “colorato” o “di colore” o African-American, di gran lunga quella considerata più accettabile ancora oggi.

Il problema del politically correct è quando esso sfocia nell’ipocrisia, il che accade spesso, conducendo così dritti dritti al paradosso o al Doublespeak, di cui abbiamo già abbondantemente discusso. Succede così che un sondaggio fatto negli USA alla fine degli anni Novanta dia il risultato inaspettato che la maggioranza dei neri veda di buon occhio black anziché African-American, dato che il problema della discriminazione razziale è ancora molto sentito.

Politically correct: esempi e paradossi

Politically correct: esempi e paradossi

Altro caso interessante riguardo al politically correct è  with learning difficulties – “con problemi di apprendimento” – che in inglese ha sostituito mentally handicapped, considerato rude, in quanto forse troppo diretto. Come illustrato dal grande linguista David Crystal nella sua Cambridge Encyclopaedia of the English Language, alcuni anni fa fu lo stesso Marketing director della charity  Mencap a spiegare che alcuni bambini per scherzare – in modo offensivo – si chiamavano “LDs” (acronimo, appunto, di Learning Difficulties). L’ennesima riprova del fatto che se dietro alle parole non c’è un’intenzione sincera e compassionevole ma solo una vuota ipocrisia si finisce comunque per risultare falsi e ottenere il risultato opposto di quello sperato.

Altri esempi divertenti – o inquietanti quanto a tasso di ipocrisia, valutate voi – sono quello di vertically challenged  (“con un handicap verticale”, ovvero “che è basso”) anziché short o mentally challenged anziché unintelligent o stupid, foolish… Folically challenged, poi, per le persone che hanno perso i capelli, è già di per sé abbastanza esplicativo. Capite bene che il filo che va dalla forma di rispetto alla presa per i fondelli è quanto mai sottile... Non ditelo a Wayne Rooney, attaccante e capitano della nazionale inglese di calcio che si è già sottoposto a uno, forse due trapianti di capelli.

In conclusione, se da un lato il rischio è quello di fare come il vecchio segretario della Democrazia Cristiana, Arnlado Forlani:Parlo senza dire niente? Potrei farlo per ore,” dall’altro sarebbe sempre necessario ricordare il monito del filosofo britannico seicentesco Francis Bacon: “Men imagine that their minds have command of language: but it often happens that language bears rule over their minds.” (“Gli uomini pensano che le loro menti controllino il linguaggio: ma accade spesso che sia il linguaggio ad assoggettare le loro menti”).

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