Perché gli Italiani Non Parlano l’Inglese?

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Perché gli italiani non parlano l’inglese? Ma è poi vero?

Un recente articolo apparso sulla rivista Tuttoscuola (vedi link a fondo pagina) riporta i dati di una ricerca condotta da un’organizzazione internazionale operante nell’ambito di vacanze studio e corsi di  inglese, secondo la quale in Europa l’Italia è il fanalino di coda quanto a competenze in lingua inglese.

Tuttavia, si evidenzia anche come il trend stia cambiando tra le nuove generazioni, con i ragazzi di età compresa tra i 18 e i 20 anni che fanno registrare un livello medio più alto rispetto ai 40enni, anche se in generale i dati sembrano corroborare la percezione secondo la quale il nostro livello medio di inglese è scarso. Per quale ragione?

In questo articolo cercheremo di entrare nel dettaglio della questione sfatando alcuni falsi miti, due tra tutti: in Italia si inizia troppo tardi a studiare l’inglese; la tv non presenta i film in lingua originale… E ci permetteremo anche di fornire qualche suggerimento per migliorare le cose.

Perché gli Italiani Non Parlano l'Inglese?

Perché gli Italiani Non Parlano l’Inglese?

Gli italiani non parlano l’inglese perché… Iniziano a studiare troppo tardi (?)

Forse qualcuno è rimasto a 20 anni fa, ma che si inizi a insegnare l’inglese troppo tardi non è più assolutamente vero. Già alla scuola primaria – o anche in quella dell’infanzia – i nostri bambini iniziano a studiare quella che viene considerata la lingua franca globale.

Ma il quando iniziare è poi davvero così fondamentale? Non nella misura che ci si aspetta. Siccome l’apprendimento delle lingue avviene in maniera graduale e richiede tempo, la cosa che più conta nell’imparare una lingua è il perché, ovvero la motivazione che ci spinge a continuare.

Va da sé che, se si viene adeguatamente motivati già da piccoli, si riescono a raggiungere ottimi livelli di competenze in età molto giovane. E’ anche vero però che quando si ha a che fare con i bambini bisogna prestare la massima attenzione perché presentare un argomento, una materia o una lingua in modo poco motivante o addirittura demotivante può produrre un danno enorme: fa infatti parte dell’esperienza comune sapere che un trauma subìto in età precoce necessita di più tempo per essere superato rispetto allo stesso trauma subìto in età più adulta. Con le lingue straniere funziona esattamente la stessa logica, il che ci porta all’importanza della continuità tra le diverse fasi del percorso scolastico.

Un Problema di Continuità

Immaginate di arrivare alla fine della quinta elementare sapendo già fare le espressioni algebriche: andate in prima media e il primo giorno di scuola da che cosa partite? Dalla tabellina del 2. Lo trovereste motivante? Assolutamente no: anzi, vi sentireste sminuiti. Avreste inoltre la chiara percezione che state buttando via del tempo per qualcosa che conoscete già.

Se questo è vero, allora come mai quando si inizia una nuova fase della carriera scolastica si tende sempre a ricominciare da What’s your name? Non provoca forse questo una perdita di motivazione da parte degli studenti? Una delle ragioni per cui i nostri ragazzi si demotivano e di conseguenza tendono a non raggiungere un livello di competenze in lingua inglese pari ai loro coetanei europei è proprio l’assenza di continuità tra i cicli scolastici, il che, come vedete, ha ben poco a che fare con il quando si inizia a studiare e molto con il come. Per inciso, chi scrive questo articolo è arrivato a un livello C1 di inglese già a fine liceo avendo iniziato a imparare l’inglese dopo i 14 anni, ma spinto da una fortissima motivazione.

I Film in Lingua Originale – un reale problema?

Quello della mancanza dei film in lingua originale nella tv italiana è un vecchio refrain: il mancato raggiungimento dei livelli di competenza in inglese auspicati dipende davvero dal fatto che Robert De Niro abbia per noi la voce del compianto Ferruccio Amendola o che Russell Crowe e Samuel Jackson parlino con la voce di Luca Ward? Peraltro un vecchio amico mi ha rivelato di preferire il De Niro versione Amendola  – forse perché non capiva nulla dell’originale, ma questo è un altro discorso.

Dunque, mettiamola in questi termini: “Tutto fa,” e quindi sicuramente anche essere esposti quotidianamente a pellicole in lingua originale può contribuire a progredire. Il punto però è che oggi rispetto al passato è molto più facile avere accesso a film e serie tv in lingua originale. Non solo: ormai si tende a fruire di contenuti video sempre di più attraverso Internet e sempre di meno attraverso la televisione, il che ci fa capire che la mancanza di film in lingua alla tv è un falso problema, o comunque riveste un’importanza davvero marginale.

Che cosa vuol dire “sapere l’inglese”?

Sembrerà banale e scontato, ma invece è questo il nocciolo della faccenda: se non ci poniamo questa domanda sarà difficile capire in quale direzione deve andare il futuro della didattica e dell’apprendimento dell’inglese e il rischio sarà che dell’inglese i nostri ragazzi conoscano dei lati in realtà poco utili alla loro vita quotidiana.

Per spiegarmi meglio parto da un altro tipo di esempio: affinché una persona sia in grado di guidare un’automobile senza mettere a rischio la propria incolumità e/o quella altrui è più importante che sappia frenare o che sappia dare una definizione corretta di “spinterogeno”?

Allo stesso modo, “sapere l’inglese” vuol forse dire conoscere a memoria lunghe liste di parole o conoscere la differenza tra Present Simple e Present Continuous? Davvero pensiamo che sia questo ciò che è utile nella vita di tutti i giorni? Non voglio sminuire l’importanza della grammatica e della sintassi, ma dobbiamo ricordare che esse sono un mezzo per comunicare in modo efficace e non un fine.

Ecco, è in questa direzione che i programmi devono muovere: verso lo sviluppo di competenze comunicative necessarie nella vita reale! Se lo faranno, da un esempio da non imitare diventeremo con ogni probabilità un modello da seguire.

Verso Approcci Più Comunicativi (Si Spera)

Il mondo richiede sempre più che i nostri ragazzi non siano dei piccoli robot della lingua inglese in grado soltanto di riempire uno spazio vuoto con la preposizione corretta o con la forma verbale giusta. Quello è, appunto, un lavoro da robotini, i quali peraltro avranno un ruolo crescente in una società pervasa di intelligenza artificiale e i quali, purtroppo, sono molto più veloci ed efficienti degli esseri umani nel lavoro da robot:  non è quindi su quel tipo di terreno che possiamo sperare che esistano delle opportunità per i nostri giovani e non è in quella direzione che la didattica dell’inglese deve andare.

Il mondo – del lavoro e non solo – ha bisogno di ragazzi che l’inglese lo sappiano usare per comunicare, specialmente a livello orale, dato che ormai è sufficiente consultare Google Translate per scrivere una mail in inglese in cui si chiede: “Quando arriva la merce?”

La differenza, in un mondo di robot, la deve fare l’essere umano, con le capacità uniche che sono proprie degli esseri umani, quali essere in grado di usare il linguaggio in modo creativo per interagire con gli altri, saper sintetizzare il mare di informazioni e di dati che abbiamo a disposizione per creare idee nuove e significati nuovi, saper cogliere o rendere – in una parola, in un’inflessione della voce, in un gesto – un’intuizione che una macchina non potrà mai cogliere o rendere. E’ quindi fondamentale una didattica dell’inglese che muovendo da queste considerazioni favorisca sì la “conoscenza” dell’inglese ma affiancata a competenze finalizzate a una comunicazione efficace.

Un tipo di didattica del genere potrà essere più stimolante in quanto i giovani la sentiranno come più aderente al tempo in cui stanno vivendo e più utile al miglioramento delle loro condizioni e ad affrontare il teatro della società globale del XXI secolo, la cui lingua è – e per lungo tempo sarà – l’inglese.

Per approfondire:

https://www.tuttoscuola.com/conoscenza-dellinglese-italia-bocciata-ultima-paesi-ue/

https://www.trinitycollege.it/notizie/building-communities-of-english-language-teachers-intervista-a-claudia-beccheroni-national-coordinator-di-trinity-in-italia/

 

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