Nov 292013
 

A volte è semplicemente una mania, ma per alcuni italiani la moda può rappresentare un’importante occasione di lavoro: è questa l’esperienza di Simone Talamona, trentaduenne spezzino che nel settore dell’abbigliamento lavora da qualche anno.

Il nostro viaggio tra i giovani e meno giovani italiani trasferitisi nei paesi anglosassoni si arricchisce oggi della sua esperienza.

 

Puoi raccontarci come sei arrivato a lavorare in Inghilterra e di che cosa ti occupi precisamente?

 

Sono impiegato in Regent Street (insieme a Oxford Street e Bond Street il fulcro dello shopping londinese, ndr) presso un negozio di abbigliamento di Massimo Dutti, una catena di formazione piuttosto recente. Lavoravo per lo stesso brand a New York fino a pochi mesi fa in qualità di suit specialist, ovvero la persona che si occupa del reparto dei vestiti eleganti, quando ho ricevuto la telefonata del mio avvocato che mi diceva che non ci sarebbe stato modo di rinnovare il mio permesso di soggiorno negli USA. Ero dispiaciuto perché l’ambiente e il lavoro mi piacevano e allo stesso tempo i miei superiori non volevano perdermi, così mi hanno proposto di lavorare un anno in Europa in modo da sistemare i problemi burocratici negli Stati Uniti e permettermi di tornare a lavorare con loro in futuro; come prima opzione avevo indicato Londra… Ed eccomi qui.

 

Lavorare in Inghilterra è molto diverso rispetto a lavorare negli USA?

 

Diciamo che a New York tutto si muove ai duecento all’ora: la gente pensa solo a come far soldi e tutto è orientato verso quell’obiettivo senza che ci sia un minuto di pausa. Anche Londra è una grande metropoli, però mi è sembrata un po’ meno frenetica. Ciò che mi piace qui è che ci sono tanti spazi verdi e un maggior numero di mezzi elettrici, almeno questa è la mia impressione. Tuttavia, il mio obiettivo non è di restare qui perché non sopporto il clima britannico: piove troppo spesso.

 

Il tuo inglese dopo queste esperienze lavorative è migliorato molto?

 

Sicuramente ho fatto dei progressi, ma mi rendo conto che se non si studia e non si approfondisce si arriva a un livello di comunicazione di sopravvivenza senza riuscire ad andare oltre. A dire il vero, non ero andato a New York con l’obiettivo di imparare l’inglese, ma più che altro per vivere in una città che mi aveva sempre attratto molto.

So che diversi ragazzi italiani vengono a lavorare in Inghilterra pensando che in questo modo possono imparare l’inglese, ma nella realtà le cose non stanno esattamente così. Per esempio, dei miei quaranta colleghi alcuni sono italiani, altri spagnoli e francesi e qualcuno viene dalla Russia. Nessuno è in grado di parlare inglese correttamente, si commettono sempre gli stessi errori e a volte capita di sentire degli strafalcioni abbastanza ridicoli. A me va bene così, perché, ripeto, per me il punto non era imparare l’inglese, ma semplicemente fare un’esperienza di vita … Se si pensa di venire con lo scopo di imparare l’inglese sono probabilmente consigliabili altre modalità e comunque lo studio è imprescindibile.

 

Il livello di inglese che hai raggiunto è sufficiente per il lavoro che svolgi?

 

Nel mio caso sì, perché alla fine si usano spesso le stesse parole o frasi relative al settore e al momento mi accontento di questo, anche perché lavoro full time e quindi il tempo per studiare è scarso. Tra l’altro, il mio desiderio nel lungo periodo è di andare a lavorare a Miami e lì ancora più dell’inglese è importante conoscere lo spagnolo. Non c’è dubbio, però, che meglio si conosce l’inglese e più ampie diventano le opportunità lavorative e di comunicazione.

In conclusione, per tirare le somme, credo che prima di venire a lavorare in Inghilterra o negli USA sia necessario capire bene qual è il proprio obiettivo: se è quello di studiare e approfondire la lingua, allora è bene scegliere qualche situazione più ad hoc; se invece è quello di andare “all’avventura”, anche questo è accettabilissimo, ma l’importante è avere ben chiare le idee da subito altrimenti si sprecano soldi ed energie.

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