Dic 102014
 

Beauty contest (governo Berlusconi), spending review (governo Monti), Jobs Act (governo Renzi). Inglesismi nella terminologia politica. Tutti e tre hanno in comune qualcosa e no, non mi riferisco al fatto che più o meno i tre governi in questione sono stati appoggiati dalle stesse forze. In comune, hanno alla base una semplice domanda: Ma perché?

Ma perché, anche se abbiamo una lingua bella come la nostra i nostri amici governanti devono andare ad arrampicarsi su specchi linguistici di questo tipo per elaborare definizioni e slogan in inglese? Tra l’altro, a parte Monti, non si può certo dire che gli altri due protagonisti brillino per un livello di inglese particolarmente shakespeariano. “Iunai Estei (ovvero United States),” diceva il più vecchio e “Michael Angelo (sarebbe Michelangelo),” rispondeva il più giovane – ma perché?

Inglesismi: Ma Perché?

Inglesismi: Ma Perché?

Non che i fidi scudieri di questi Premier abbiano saputo fare molto meglio. Prendiamone uno a caso, caro a tutti e tre i premier: Angelino – da alcuni detto Jolie – Alfano. Vogliamo parlare delle sue scuse per un suo ritardo a Bruxelles causa il uaind (già, perché Alfano crede che “vento” si dica così)? De uaind, de uaind si affannava a ripetere, quasi riecheggiando il duplice lamento della Signorina Silvani: “Pierugo! Pierugo!” mentre si prostra in lacrime davanti al suo cagnolino cucinato per errore nel ristorante giapponese di un film della serie Fantozzi.

Non sembra, tra l’altro, che fosse l’inglese la lingua ufficiale nemmeno alla cena romana alla quale presenziò il Ministro Poletti – paladino del Jobs Act – insieme ad alcuni esponenti del “Mondo di mezzo” romano che tanto sta facendo parlare in questi giorni quanto a intrighi mafia-politica.

E quindi, viste queste pessime premesse, la domanda rimane sempre: Ma perché?

Buttare nella mischia delle parole inglesi sarà mica un modo per parlare senza dir nulla? Già, perché se da un lato è vero che esiste Internet e andando a cercare su Google le due parole Jobs Act si possono trovare 209 milioni di risultati in 0,21 secondi per potersi fare un’ideuzza, dall’altro è piuttosto innegabile che a un pubblico che già fatica a orientarsi nel pantano della nostra politica riesca difficile seguire i mezzi di informazione con un occhio e il dizionario italiano-inglese (online o cartaceo che sia) con l’altro.

Spread: chi era costui? Sembrava fosse più temibile della Peste Nera, ora non fa più paura del povero Pierugo cucinato… E tra l’altro un buon 80% degli italiani nemmeno ancora sa che cosa significhi il termine.

Choosy: cara Fornero, che fine hai fatto con le tue meravigliose uscite? Già salvandoti in corner con l’inglese ti arrivarono improperi di tutti i colori, ma se fossi stata un po’ più sincera e avessi usato la parola che in realtà avevi sulla punta della lingua – pelandroni – per definire i trentenni italiani come te la saresti cavata?

Il punto è che usare termini più vicini – ergo italiani – alla gente oltre che un fatto di rispetto e di buon senso è anche una questione di trasparenza e, appunto, sincerità. Quando parlo di fatica di comprendere l’inglese, non sto tirando in ballo l’ormai da anni imbalsamata casalinga di Voghera: il nostro paese non rifulge quanto a competenze in lingua inglese nemmeno tra i direttori di banca di Milano, i primari di Firenze o gli ingegneri di Potenza – per par condicio ho menzionato nord, centro e sud.

Garantisco che non è solo tra gli anziani con pensione misera che Jobs Act diventa Giobatta, che a Genova usiamo come abbreviazione di Giovanni Battista. Stay simple direbbe forse al riguardo Steve Jobs – cognome azzecatissimo rispetto a questo articolo. Parla come mangi, dico io.

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