Nov 142013
 

“L’è tutto sbagliato, l’è tutto da rifare!” Diceva così Gino Bartali, indimenticato campione di ciclismo e toscano verace sempre pronto a dire tutto ciò che pensava senza filtri, anche quando, appunto, tutto era da rifare da zero.
E’ con lo stesso spirito critico e analoga sferzante ironia che Luciano Ardoino, genovese con esperienza internazionale pluridecennale in tutti i reparti del comparto alberghiero, ha creato all’inizio del 2009 un blog sul turismo chiamato appunto tuttosbagliatotuttodarifare.
Lo scopo della sua pagina web non è quello di criticare per il gusto di lamentarsi, ma di contribuire in modo costruttivo allo sviluppo del turismo nel nostro paese. Come imparare l’inglese lo ha intervistato ponendo l’accento in particolare sul binomio conoscenza delle lingue straniere/turismo.

Partiamo dalla sua esperienza personale. Avendo diretto delle catene alberghiere presumo che le fosse richiesta un’ottima conoscenza dell’inglese. Come lo ha imparato?
Diciamo che nel mio percorso di apprendimento dell’inglese ci sono state diverse tappe e diversi tipi di motivazione per studiarlo a seconda delle fasi della vita in cui mi trovavo. Le prime ragioni, diciamo “adolescenziali”, risalgono a quando passavo le vacanze estive al mare dai miei nonni a Diano Marina (situata nel Ponente della Liguria, ndr). Lì, ogni anno, arrivavano diverse famiglie straniere e quindi se volevo conoscere qualche ragazza straniera di qualsiasi idioma dovevo necessariamente imparare qualche parola di inglese: infatti, nelle altre nazioni questa lingua è abbastanza conosciuta, a differenza di quanto avviene da noi. Le frasi che appresi in quel contesto me le ritrovai poi a scuola, al Liceo, dove davo una mano a qualche mio compagno che invece della materia sapeva poco o nulla. Qualche anno più tardi, dopo esser andato in Brasile a fare il lavapiatti ed essere tornato in Italia per il servizio di leva, mi trasferii per lavorare sempre nel settore alberghiero nei Caraibi e quindi nell’emisfero Sud – down under, come lo chiamano in Gran Bretagna. In queste nazioni dovetti per evidenti ragioni di sopravvivenza rispolverare e migliorare ciò che avevo appreso da ragazzo, anche se non fu per niente facile in quanto più volte mi trovai alle prese con espressioni colloquiali locali che mi rendevano la comprensione orale (e la vita) estremamente difficile.

Lei però ha lavorato anche negli Stati Uniti…
Sì, infatti fu in America che feci l’esperienza professionale più bella della mia carriera e ovviamente ad essa fu inscindibilmente connesso l’aspetto linguistico. Lavoravo a New York e insieme a un altro italiano esperto di contabilità relativa alle strutture ricettive ci venne proposto di svolgere un’indagine itinerante di marketing lungo la Route 66: il lavoro dei sogni! Il nostro compito, per conto di un’azienda della West Coast per la quale avrei iniziato a lavorare al termine di quest’indagine, era di analizzare pregi e difetti di una serie di hotel situati lungo il percorso. Ovviamente, per svolgere al meglio questo compito, per raccogliere i dati e per comunicare con il personale degli alberghi che incontravamo, la conoscenza della lingua inglese era fondamentale e quella fu una grande occasione per approfondirla percorrendo molti Stati.

Inglese e Turismo

Inglese e Turismo

Passiamo dalla sua esperienza personale a un quadro generale sull’Italia. La conoscenza dell’inglese nel comparto alberghiero del nostro paese è secondo lei adeguata?
Ammetto che, nonostante stia facendo delle ricerche, non ho un dato preciso al riguardo, ma posso tranquillamente affermare sulla base della mia esperienza che la risposta non mi soddisfa come dovrebbe e come invece ho visto all’estero. Per fare un esempio concreto, anni fa con la scuola del Grand Hotel Europa di Rapallo partecipavamo a diverse competizioni internazionali di scuole alberghiere. Eccellevamo in ogni ambito, ma nel punteggio finale si arrivava sempre secondi. Per quale motivo? Il livello di conoscenza dell’ inglese dei nostri studenti non era abbastanza buono a differenza di quello di altri.

Come mai questa arretratezza nel nostro paese? Una buona padronanza dell’inglese non dovrebbe essere un dato scontato per chi lavora nel settore turistico?
E’ evidente che c’è un problema a partire dall’istruzione ma, detto questo, il pesce marcisce a partire dalla testa e a ciò si somma una miopia paurosa. E come sovente asserisco per esperienza: “Non esistono cattivi dipendenti o studenti, ma pessimi capi o istruttori”. Quando lavoravo alle Fiji, mi imposi di imparare la lingua del posto perché era giusto e rispettoso nei confronti dei miei dipendenti del luogo. Allo stesso modo, quando mi trovo in un paese straniero ed entro in un hotel da cliente, ogni volta che la persona alla reception mi saluta o mi dà il benvenuto in italiano vedendo il mio passaporto, mi si apre il cuore. Ma, dico io, non lo si vuole capire che basta imparare dieci parole al giorno per arrivare alla fine dell’anno a conoscere l’essenza di una lingua? Non lo si vuole capire che – e sono ricerche ufficiali internazionali di mercato ad attestarlo – il 51% dei clienti ritorna nello stesso posto se è andato bene il viaggio di approccio e se la reception all’arrivo è stata calorosa e accogliente? Quando si riceve un cliente bisognerebbe in primo luogo ricordarsi che è quella persona che ti permette di vivere dignitosamente e pertanto bisognerebbe trattarlo con il rispetto che ne consegue. Conoscerne la lingua – o anche solo poche frasi – per dargli un bel benvenuto, mette a proprio agio le persone perché le fa sentire a casa e indica che c’è uno sforzo per costruire un rapporto cordiale e armonioso da subito.

Il discorso, peraltro, non è limitato soltanto alla conoscenza dell’inglese
Infatti! Alla fine degli anni Ottanta, per esempio, alle Seychelles, intuendo che il processo di apertura all’Occidente iniziato da Mikhail Gorbachev avrebbe dato il via a un’ondata di turismo proveniente dalla Russia, mi adoperai affinché negli alberghi, non solo in quelli che dirigevo, ci fosse del personale che parlava il russo, e la cosa fu subito istituita anche per tutti gli altri alberghi di quelle isole anche per merito dell’allora Ministro al turismo che s’innamorò dell’idea. Fu un investimento nella formazione del personale e i fatti mi diedero ragione. Più in generale, non si può ignorare la direzione in cui sta andando il mondo e qui il mio appello non è rivolto solo al comparto alberghiero. Se l’inglese è la lingua franca internazionale, è nostro dovere impararla, altrimenti saremo tagliati fuori da tutto e ci precluderemo delle possibilità di comunicare, imparare e avere dei benefici. Credo che questa sia una motivazione più che sufficiente per studiare quotidianamente quelle dieci parole di cui parlavo prima…

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