Inglese e Agraria: L’Esperienza del Prof. Enrico Noli,Università di Bologna

 In Imparare l'Inglese Magazine, Interviste

Se si desidera essere aggiornati rispetto alle più recenti scoperte in materia è necessario conoscere l’inglese, anche perché nel nostro settore – purtroppo – l’Italia figura agli ultimi posti della graduatoria per quanto riguarda gli investimenti fatti nella ricerca.” Ad affermarlo è Enrico Noli, docente di Biologia e Produzione delle Sementi presso la Facoltà di Agraria dell’Università di Bologna. Come Imparare l’Inglese lo ha intervistato.

Quanto è importante una buona padronanza dell’inglese per avere accesso alle pubblicazioni nella materia da lei insegnata?

 E’ sicuramente molto importante, in quanto la maggior parte del materiale pubblicato a livello mondiale è scritto in inglese nonostante i maggiori contributi non arrivino più soltanto dal mondo anglosassone, ma anche dall’Oriente, con la Cina in testa seguita a ruota dall’India. Gli USA ovviamente rivestono ancora un ruolo rilevante, ma più in generale a farsi largo e a investire nella ricerca sono i paesi emergenti, tra i quali anche il Brasile. In Europa è invece la Francia a fare la parte del leone con una forte industria sementiera pubblica e privata, mentre l’Italia più che altro si limita a un ruolo marginale, stipulando contratti con i paesi nordeuropei che hanno bisogno del nostro clima per la riproduzione dei semi.

Tornando all’inglese, ho citato in precedenza le pubblicazioni, ma ovviamente l’inglese è ormai la lingua franca usata durante i convegni.

Proprio a questo proposito, per riuscire a partecipare e a seguire una conferenza internazionale è sufficiente conoscere il lessico inglese specifico dell’argomento che viene trattato?

Durante i convegni si parla di tematiche inerenti al lavoro non solo durante gli interventi, ma anche nelle pause o a tavola: è quindi essenziale conoscere la terminologia inglese specifica per scambiare idee e opinioni sulla materia trattata. Detto questo, le conferenze rappresentano ovviamente anche delle occasioni per creare dei rapporti che esulano dal puro e semplice aspetto professionale e quindi è altrettanto importante avere un livello di inglese tale da consentire di parlare di argomenti legati alla nostra vita di tutti i giorni.

Qual è la sua storia personale relativamente all’apprendimento dell’inglese?

 All’inizio è stata travagliata. Ho incominciato a studiarlo quando già facevo l’università, dato che in precedenza avevo fatto soltanto due anni di francese al liceo classico. Frequentai un corso di inglese di livello base con risultati molto scarsi.In seguito, però, mi trovai nella condizione di doverlo imparare assolutamente: si era infatti aperta la possibilità di ottenere una borsa di studio per fare un Master in Colorado, negli USA. Per essere ammesso, dovevo dimostrare attraverso una certificazione di inglese, il TOEFL, di avere una conoscenza dell’inglese adeguata. Inoltre, dovevo anche passare un test preliminare di cultura generale, matematica e logica chiamato GRE, il quale era ovviamente in inglese. Questi due ostacoli mi diedero la spinta necessaria per studiare e migliorare sensibilmente.

In quale modo si preparò per le due prove?

Università di Bologna

Università di Bologna

Mi esercitai grazie a un corso di inglese su audiocassette: eravamo alla fine degli anni Ottanta e i dvd non esistevano ancora. Inoltre, avevo scoperto l’esistenza di diverse opportunità di andare a lavorare in Inghilterra o in Scozia: alcune fattorie organiche offrivano vitto e alloggio in cambio di (pesante) lavoro manuale. L’idea di andare in Scozia mi attirava di più di quella di lavorare in Inghilterra e così optai per un periodo di organic farming alle Isole Orcadi. Mi ospitò una famiglia dallo stile di vita alquanto alternativo per quel periodo. Il marito era un architetto con un barbone biondiccio che lo faceva sembrare una sorta di Mosé nordico, mentre lei era – credo – una violinista: il mio compito principale consisteva nello weeding, ovvero estirpare le erbacce. Per quanto riguarda l’inglese, imparai certamente qualcosa, ma facevo una fatica enorme a capire le persone che mi parlavano.

E in Colorado durante il Master le cose andarono meglio dal punto di vista linguistico?

 Dopo esser tornato dalla Scozia mi ero dedicato molto allo studio e quindi arrivai negli USA con una buona base, ma avevo ancora delle difficoltà di comprensione. Dopo due mesi, però, da un momento all’altro mi accorsi che riuscivo a seguire le news. Ovviamente, studiando all’università la mia conoscenza della lingua migliorava di giorno in giorno in quanto mi trovavo a leggere e a scrivere in inglese.

A proposito della scrittura, capita spesso a chi lavora in ambito accademico di scrivere paper o documenti in lingua inglese?

 Sì, certamente. Come anticipavo prima, gran parte del materiale che viene pubblicato nel nostro settore è pubblicato in primo luogo in inglese. E’ quindi necessario avere un buon livello sia di reading sia di writing.

Un articolo relativo alla mia disciplina inizia tipicamente con un’introduzione discorsiva che fa il punto sullo stato dell’arte del settore. A essa segue un approccio analitico della tematica affrontata e una parte centrale che presenta materiali e metodologia usati e risultati conseguiti; il capitolo di chiusura tira le somme e lancia spunti e suggerimenti per ulteriori ricerche.

Per concludere, ha qualche aneddoto particolare riguardo alle sue esperienze all’estero per imparare l’inglese?

Dopo aver lavorato alle Orcadi feci un giro della Scozia: mi muovevo a piedi, in autobus e con l’autostop. Una sera arrivai in un paesino chiamato Glen Coe, nelle vicinanze di un fiordo bellissimo. Nell’ostello non c’era posto per me, ma la padrona, che peraltro mi era sembrata scontrosa, mi diede la chiave per andare a dormire in una “casa” – se così si può definire – poco lontana. Era buio e per illuminare il cammino utilizzai una candela. Io non credo ai fantasmi, ma lì ero solo in un posto sperduto, la stanza era polverosa, non si vedeva a un metro di distanza e c’erano cigolii continui: le premesse per essere poco tranquillo c’erano tutte. Per farmi coraggio iniziai a leggere un libro credo della Oxford University Press proprio per esercitare il mio inglese, poi cercai di dormire con un occhio (o forse più) aperto e uno chiuso. Il mattino seguente schizzai via da quel posto alla velocità della luce: ero così ansioso di andarmene che mi dimenticai il libro: “Poco male,” pensai. Qualche mese dopo, tornato in Italia, ricevetti un pacco postale: la padrona dell’ostello, che mi era sembrata così scorbutica, mi aveva invece spedito il libro via posta! A volte le persone sono molto diverse da ciò che appaiono… Don’t judge a book by its cover, si dice in inglese.

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