Set 112014
 

Lavorare in Inghilterra: non capita soltanto ai giovani in cerca di un lavoro al di fuori del nostro paese perché qui le cose “non girano”. È il caso anche, per esempio, di famosi personaggi del mondo dello sport, in particolare del calcio, che ormai da un paio di decenni lasciano l’Italia per fare un’esperienza di vita o, volendo guardare le cose da una prospettiva meno romantica, per ingrossare ulteriormente conti in banca già faraonici.

Prendete Carlo Ancelotti, che a lavorare in Inghilterra è andato dopo aver vinto tutto quello che si poteva vincere con il Milan, emigrando a Londra, destinazione Chelsea FC. Mica male, come scelta: zona tranquilla e posh della capitale inglese e stipendio assicurato da uno degli uomini più ricchi (e più discussi, visti i suoi trascorsi) del mondo: Roman Abramovich. Dal Chelsea, poi, Ancelotti si è spostato verso altri lidi, ma oltre ai trofei vinti – perché come allenatore bravo lo è, diciamolo – si è fatto notare almeno nella fase iniziale per un inglese quantomeno rivedibile.

Conferenza stampa di presentazione: Ancelotti fa una battuta e, vedendo calare il gelo nella sala, rassicura tutti affermando: “I’m joke.

Modi di Dire Inglesi e Sport

Allenatori nel Pallone Quando Si Tratta di Parlare Inglese

Ora, passi l’emozione della prima, ma almeno una ripassata a una regola che più di base non si può la si poteva dare. Per la cronaca, “I’m joke” significa: “Sono scherzo,” mentre “Sto scherzando,” la frase nelle intenzioni di Ancelotti, è: “I’m joking.” A onor del vero, al termine del mandato, l’inglese del tecnico emiliano era migliorato di molto.

Che dire, poi, della pronuncia di Roberto Mancini, che durante i suoi anni al Manchester City non è stato in grado di imparare che th non si legge /t/. I suoi I tink, I tink, I tink sono memorabili… Ora è in Turchia: chissà come se la starà cavando con la lingua locale.

Passando a Fabio Capello, che a lavorare in Inghilterra c’è stato eccome, diventando addirittura selezionatore della nazionale inglese di calcio, riscontriamo nuovamente diversi inciampi durante il percorso. In una conferenza stampa cita più volte la parola capitan, capitan, capitan…. Peccato che in inglese si dica captain: poco male, il messaggio passava lo stesso. Ciò che fa sorridere è invece la velocità alla quale i giornalisti gli rivolgono le domande. Del tipo: “Scu-si, sta ca-pen-do la mia do-man-da o par-lo trop-po ve-lo-ce?” Evidentemente, se gli inglesi di Don Fabio si fidavano delle sue doti da allenatore, sulle sue capacità linguistiche rimanevano un po’ più scettici.

Chiudendo il discorso sugli allenatori, non potevamo non citare Giovanni Trapattoni. Il Trap, per la precisione, ha allenato l’Irlanda, riuscendo comunque a inventarsi un suo stile in inglese (così come aveva fatto lavorando in Germania con il tedesco: alzi la mano chi non ricorda il suo Strunz!) e guadagnandosi la simpatia del pubblico per la sua spontaneità.

L’interprete al suo fianco ha assunto tutti i colori come Fantozzi quando deglutisce un tordo intero a una cena di gala nel momento in cui il Trap, smarcandosi dalla traduzione italiano-inglese, si è lanciato in una frase ormai storica: “Be careful the cat. No say the cat is in the sack when you have no the cat in the sack. Traducendo parola per parola si ottiene: “Stai attento il gatto. No dire il gatto è nel sacco quando hai no il gatto nel sacco.” Grande Trap, per il fatto di averci provato meriti un applauso, ma per il sei di inglese in pagella ci rivediamo l’anno prossimoBye bye!