Mar 142014
 

In questo articolo, più che di aspetti linguistici, ci occupiamo di sociologia: se, infatti, studiare l’inglese significa innanzitutto studiarne la cultura, non possiamo chiudere gli occhi sui processi di cambiamento che stanno investendo la società occidentale e quindi USA e UK in primis.

Conquest, Command, Control. Conquista, Comando e Controllo. Sono queste le tre C, alle quali può essere aggiunta la quarta di Capitalism, Capitalismo, che hanno dominato la Western Society – e influito notevolmente anche oltre i confine di essa – dalla fine del Settecento a buona parte del Novecento. Crescita economica senza limiti, strutture verticistiche all’interno delle aziende, materialismo sfrenato, scalata sociale e successo individuale no matter what, a qualsiasi costo, sono stati e per alcuni sono ancora oggi i valori dominanti della nostra società. Pensate all’ultimo film di Martin Scorsese, The Wolf of Wall Street, con protagonista Leonardo Di Caprio – a proposito, ma per vincere l’Oscar che cos’altro deve fare? – nei panni del broker realmente esistito Jordan Belfort, arricchitosi all’inverosimile con operazioni finanziarie al limite della legalità – e oltre, dato che si è passato anche due anni in gattabuia. “I want you to deal with your problems by becoming rich and if you think I’m superficial go to McDonald’s because that’s where you belong.” “Voglio che affrontiate i vostri problemi da ricchi e se pensate che io sia superficiale andate a lavorare al

80 Milioni di Americani (e 20 di Italiani) Che Cambiano il Mondo

80 Milioni di Americani (e 20 di Italiani) Che Cambiano il Mondo

McDonald’s perché è ciò che meritate.” Questo è il succo dei discorsi motivazionali di Di Caprio-Belfort ai dipendenti della sua società.

Tale visione del mondo, tuttavia, è stata messa in discussione da una fetta sempre più ampia della popolazione dei paesi occidentali. Sono altri i valori che lentamente – nemmeno poi tanto – e inesorabilmente si sono fatti strada e nel giro di pochi anni si affermeranno come i nuovi valori dominanti: pace nel mondo, cittadinanza globale, organizzazione aziendale in rete e non più piramidale, sostenibilità economica e ambientale, crescita personale, riaffermazione dell’importanza della spiritualità nella vita.

Già, ma quanti cittadini americani e occidentali condividono questi valori? Si tratta di un’esigua minoranza di poveri illusi nostalgici del Flower Power e della vita da fricchettoni o invece il fenomeno è molto più ampio, concreto e incisivo, nonostante il generale silenzio dei media che sembrano continuare a spingere verso slogan quali “Stimolare la crescita” senza spiegare bene, peraltro, di quale tipo di crescita si stia parlando? Forse si spera di tornare a produrre milioni di automobili ed elettrodomestici – e conseguenti rifiuti ed emissioni di CO2 – in serie?

Allo scopo di misurare quanti americani abbiano abbracciato i nuovi valori post-industriali, il sociologo Paul H. Ray e la psicologa Sherry R. Anderson hanno condotto una ricerca, iniziata nel 1986, e culminata nel primo decennio degli anni Duemila, i cui risultati sono stati stupefacenti persino per gli autori stessi.

Già nel 2000, uno statunitense su quattro – circa 50 milioni di persone – di diverse età, reddito, professione e titolo di studio conseguito, dimostravano di rifiutare la cultura del “denaro, individualismo e beni materiali a ogni costo”, preferendo per esempio indirizzare i consumi verso prodotti realizzati in modo sostenibile per l’ambiente e optando sempre più per la fruizione di prodotti culturali piuttosto che materiali.

Nel 2008, ulteriori ricerche condotte da Ray hanno evidenziato che il numero era salito a 80 milioni, pari al 35% della popolazione statunitense.

Quello manifestato non è semplicemente un volersi distanziare dalla cultura dominante, ma piuttosto una forte intenzione ad agire in modo concreto e su diversi livelli per creare una società basata su nuovi valori più sostenibili per mettere fine a uno sfruttamento del pianeta e a politiche aggressive che mettono a repentaglio l’esistenza stessa della vita sulla Terra. Per tale caratteristica di essere agenti di cambiamento e non semplici demolitori di vecchie visioni del mondo, Ray e Anderson hanno coniato la definizione Cultural Creatives, in italiano Creativi Culturali, che è anche diventata il titolo del loro libro: The Cultural Creatives: How 50 Million People Are Changing the World.

Lo studio ha mostrato come negli Stati Uniti il 40% della popolazione possa essere ancora definita come “moderna”, nel senso che è attaccata ai valori della Modernità espressi dal personaggio interpretato da Di Caprio di cui si parlava in precedenza: tale categoria, per quanto ancora numerosa, si riduce però di anno in anno, mentre i Cultural Creatives crescono al ritmo del +3% annuo… Se andasse così anche la Borsa saremmo a posto, altro che crisi!

Stimolati dallo studio di Ray e della Anderson, gli italiani Enrico Cheli – Professore dell’Università di Siena – e Nitamo Montecucco hanno pubblicato un volume, I Creativi Culturali, che illustra uno studio analogo condotto in Italia su circa milleottocento persone tra i 18 e i 60 anni. I risultati dimostrano che anche nel nostro paese la percentuale di Creativi Culturali si aggira sul 35%, con un 60% del totale degli intervistati che si dichiara sensibile almeno a un terzo di tematiche quali: ambiente, giustizia sociale, pace, medicina alternativa, diritti civili e crescita personale e spirituale: il cambiamento verso una nuova visione è quindi evidente e acclarato. Peraltro, la stessa ricerca ripetuta in altri paesi come Francia e Giappone ha dato risultati molto vicini a quelli ottenuti da Ray e Cheli, mentre in tutti i casi è emerso come siano le donne a essere le principali protagoniste del cambiamento.

Ma allora, se i Cultural Creatives sono così numerosi, perché se non se ne parla? Cheli spiega che da un lato essi non hanno la percezione di fare parte di un unico grande movimento culturale, il che li fa sentire isolati, mentre dall’altro i media tradizionali e i detentori del potere politico e finanziario continuano a proporre i valori vecchi e a far passare sotto silenzio la nuova visione del mondo, portando così i Cultural Creatives a sentirsi frustrati.

L’influenza dei Creativi Culturali è tuttavia molto marcata: interi settori economici e di mercato, dalle fonti rinnovabili di energia, ai prodotti biologici e ai farmaci omeopatici, si sono sviluppati grazie all’azione dei Cultural Creatives, che mostrano attenzione anche nei confronti dei processi produttivi e logistici con i quali i prodotti diventano disponibili sul mercato, preferendo per esempio i prodotti a kilometri zero o imballati con materiale riciclabile rispetto ad altri. In campo politico, i Creativi Culturali hanno giocato un ruolo decisivo nella prima elezione di Obama, la cui campagna era incentrata su politiche più attente all’ambiente e ai diritti civili. Se poi la presidenza Obama abbia davvero mantenuto fede alle promesse pre-elettorali, beh, questo è un altro discorso. Sicuramente, come indicano Cheli e Ray, i Cultural Creatives sono anche molto scettici nei confronti di una politica – e soprattutto di uomini politici – basata molto sugli slogan e sui giochi di potere e poco sulla coerenza con quanto promesso, la trasparenza e la competenza. Ma questa, si diceva, è un’altra storia. Bye bye!