Gen 202016
 

Fuck the clients. Your only responsibility is to put meat on the table.

Fregatene dei clienti. Il tuo solo compito è aggiungere carne in tavola (trad. mia).

Così Mr Hanna, un broker senza scrupoli interpretato da Matthew McConaughey nel film Wolf of Wall Street di Martin Scorsese, riassume il lavoro dell’intermediario finanziario-squalo nel Financial District newyorchese.

La sensazione che ho provato, assistendo come spettatore dal vivo a Brooklyn a una partita di basket della NBA tra la squadra locale dei Nets e gli Washington Wizards, è stata quella di essere uno dei clienti del signor Hanna e ora vi racconto perché.

Te ne stai lì, al posto che peraltro hai già pagato profumatamente (65 dollari per sedersi in una delle file del palazzetto più lontane dal rettangolo di gioco) e vieni avvolto senza rendertene conto in un meccanismo di luci e suoni il cui scopo è intrattenerti – gli americani sono maestri dell’entertainment – e farti sganciare ancora più denaro possibile.

Un Pre-partita NBA

Un Pre-partita NBA

Le immagini dei maxi-schermi che sovrastano il parquet, le luminarie lungo il perimetro in corrispondenza della divisione tra il primo e il secondo anello degli spalti, il dj set a fine primo tempo e tanto altro ancora: tutto sembra far pensare di essere in un luogo che è a metà tra circo, luna park e centro commerciale. Poi, ogni tanto, riprende la partita di basket, il che ti ricorda il motvo per cui sei arrivato al palazzetto. Ovviamente, basarsi soltanto su quanto si è visto in un match può essere fuorviante, ma l’immensa macchina organizzativa gira con una fluidità tale da indurre a pensare che non si possa trattare di una tantum.

I video che presentano le imprese dei Nets dentro e fuori dal campo  – entrambe piuttosto scarse di numero e di qualità, a dire il vero – durante le pause della partita; le struggenti immagini di repertorio che accompagnano l’intervento al gusto di buonismo/nazionalismo/esportazione della democrazia del soldato americano di Brooklyn, reduce dal Medio Oriente; gli stacchetti delle Brooklynettes (ragazze pon-pon) calcolati al millesimo di secondo; le inquadrature delle coppiette che si baciano durante i time-out; la promozione di negozi, bar e ristoranti all’interno del palazzetto; l’inno nazionale cantato prima dell’inizio della partita; tutto avviene in una successione e con una precisione la cui efficienza tecnica e organizzativa non può essere casuale.

Il risultato, dal punto di vista commerciale, è straordinario. Lo dimostra la coda di trenta metri – senza esagerazione – fuori dallo store dei Nets al pianterreno, con supporter e turisti ansiosi di comprare una maglietta, un cappellino o – se proprio va di sfiga – un paio di mutande e lo dimostra anche la famiglia olandese seduta a fianco a te, che dopo aver comprato sei biglietti – due genitori e quattro figli – si concede altre sei birre durante la partita alla modica cifra di 13.5 dollari l’una per un totale di 81 dollari. E chissà se quella stessa famiglia ha poi comprato i calzini dei Nets e magari ha pure cenato nel ristorante all’interno del palazzetto.

La sensazione, una volta uscito, è che ti abbiano messo la testa in un frullatore di jingle, luci, immagini – e tanta Fuffa – che nemmeno Amici di Maria De Filippi.

E’ a quel punto che ti chiedi, quando leggi articoli che auspicano gli stadi calcistici di proprietà in Italia dove “poter portare la famiglia per passare la domenica e pranzare” e “comprare sciarpe e magliette” il tutto “affinché il nostro calcio si rilanci”, se chi afferma tali idiozie si possa davvero definire giornalista o se piuttosto stia aprendo bocca per prendere fiato… Certo, meglio per molti versi degli invasati con la bava alla bocca che popolano le nostre gradinate, ma non esistono davvero modi migliori e meno deprimenti di passare i pomeriggi con i propri figli?

Ah già, il match lo hanno stravinto gli Wizards e riesci a ricordartelo perché, in fondo, eri andato al palazzetto per vedere una partita di basket…

PS che cosa c’entra questo articolo con l’apprendimento dell’inglese? Basta dare un’occhiata all’impatto economico e sociale dello sport professionistico sulla società anglosassone – e non solo – e tenere sempre in mente che studiare una lingua è prima di tutto studiare una cultura.

PS 2 continuerò comunque a guardare l’NBA: al suo logo associo ricordi troppo belli della mia adolescenza per poter sradicare totalmente il rapporto…